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1° parte: La storia di Columba – I stazione: Gesù è condannato a morte
(altre 2 parti in arrivo successivamente)
Buona lettura/ascolto!
LA VIA CRUCIS DEGLI ANIMALI
I STAZIONE: GESÙ È CONDANNATO A MORTE
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C’era una volta, nell’orto del Getsemani, una colombaccia ferita di nome Columba.
Una zampa piegata sotto il peso dell’ala lacerata, il petto rigato di sangue. Il respiro era corto.

Non era reduce da una battaglia tra eserciti, ma da un tiro preciso e vigliacco, sparato da un fucile da caccia. Un colpo partito da dietro un capanno nascosto tra gli alberi, mentre cercava di raggiungere il suo bosco.
Columba si abbeverava tra gli ulivi e cercava di riprendere fiato.
“Gli uomini si credono cacciatori,” pensava, “ma sono solo predatori senza onore. Ci tendono imboscate, ci attirano con richiami elettronici, ci sparano mentre voliamo stanchi dopo migliaia di chilometri di migrazione. E per cosa? Per “tradizione”? Per “sport”? Per noia?”.
“Ci chiamano selvatici, ma sono loro a essere feroci,” pensava Columba.
“Il colombaccio, che vola tra Europa e Africa, che si orienta senza bisogno di GPS, che si lega a un solo compagno per la vita, è considerato da questi ‘uomini armati’ come un trofeo.
Usano stampi finti di colombacci, richiami artificiali, postazioni mimetiche. Alcuni si vantano persino di avere “risposte vincenti” per ingannarci.
Chiusi nei loro appostamenti temporanei, parlano di “passione” e di “rispetto della natura” mentre abbattono creature che nemmeno conoscono.”
“Ci sparano nei mesi in cui nidifichiamo. Dicono di farlo per controllarci, come se fossimo numeri da statistica. Ci considerano invasivi… ma noi siamo qui da millenni, prima ancora che costruissero le loro città, i loro campi, i loro confini.
E ora ci accusano di mangiare semi? Di disturbare le coltivazioni? Ma quanti tra loro leggono davvero i dati di questi presunti danni agricoli? Quali prove hanno, oltre alla voglia di impugnare un’arma per sentirsi vivi?”
Columba ricordava le parole lette tempo prima su un volantino: “Colombaccio: livello di protezione scarso, caccia consentita da settembre a gennaio. Possibili abbattimenti anche in periodo riproduttivo.”
E ricordava le notizie più recenti: 11.000 colombacci da abbattere in Emilia-Romagna nei prossimi cinque anni.
“Uccisi mentre nidifichiamo. Uccisi mentre sfamiamo i piccoli. Ma loro lo chiamano piano di controllo. Parlano di equilibrio, ma il vero squilibrio sono loro.”
Columba ricordava i falchi addestrati per uccidere i suoi simili, le rotte migratorie interrotte dalle doppiette.
Ricordava i suoi compagni uccisi in volo, le piume sparse a terra come petali calpestati. Ricordava i cieli liberi, che ormai non esistevano più.
“Strano concetto, il loro rispetto. Dicono che non soffriamo. Ma io sto soffrendo. Eccome se soffro.”
Il suo corpo si piegava, ma il suo spirito restava saldo. La memoria del cielo la chiamava.
“Questo orto… lo conosco,” pensò. “Qui, un tempo, anche un altro innocente fu condannato. Anche lui incompreso, tradito, messo in croce. Io non ho pretese divine… ma il dolore, quello sì, è lo stesso. La condanna alla morte inflitta da chi non sa ascoltare.”
Columba guardò l’orizzonte. E mentre il sole tardava a sorgere, riprese il volo, con l’ala tremante e lo sguardo fisso al nido lontano.
E da lassù vide una figura arrancare lungo un sentiero sassoso, con una croce pesante sulle spalle.
Non era un uomo.
Era un pollo.
II STAZIONE: GESÙ RICEVE SULLE SPALLE LA CROCE
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“Ahi, che fatica… che dolore…” mugugnava Broiler, un pollo da carne, mentre trascinava una croce più grande di lui lungo la via del Calvario.
Nessuno lo aiutava. Tutti lo schernivano. “Ehi, pollo! Sei solo un pollo!”
Ma Broiler non era stupido. Anzi, la scienza l’aveva ormai decretato: galli e galline sono molto intelligenti. E per farlo avevano condotto non so quanti test su questi animali…
Broiler però era solo cresciuto troppo in fretta, troppo in silenzio, troppo nel buio.
“Ci chiamano animali da reddito. Dicono che non soffriamo. Dicono che cresciamo bene in 42 giorni. Ma avete mai visto cosa vuol dire diventare 3 kg di carne in 6 settimane?”
Broiler ricordava l’odore acre delle lettiere umide, la pelle che si screpolava, le zampe che cedevano sotto il peso di un corpo geneticamente modificato per ingrassare a dismisura.
Ricordava il momento in cui avevano spento la luce per simulare la notte e farlo dormire. Ma il giorno dopo era ancora lì. Sempre lì.
Ricordava le sue sorelle: le ovaiole, sfruttate fino allo sfinimento, con le ossa fragili e le piume strappate.
E i suoi fratelli: triturati vivi perché maschi, e quindi inutili.
“In Svizzera è vietato. Ma in tanti paesi, anche in Italia, la triturazione dei pulcini maschi è pratica quotidiana.
E non pensate che il nostro ‘stordimento’ nei macelli ci risparmi la sofferenza. Il bagno elettrico spesso non funziona. Molti di noi restano coscienti durante il dissanguamento.”
Camminava a fatica, Broiler. Il petto sfiorava il suolo. Le piume sparse. Le articolazioni gonfie. Il becco tagliato.
“Chi ci alleva? Chi ci costruisce gli allevamenti senza finestre, senza nidi, senza terra, senza cielo? Parlano di benessere animale… ma non c’è benessere dove c’è proprietà.Non c’è benessere dove ogni istante è misurato in resa e chilogrammi. Non c’è morte dolce per chi non ha mai vissuto.”
In quel momento, Broiler cercò di ricordare sua madre.
Di ricordare il primo giorno, quando era nato. Ma nulla. Non ricordava né luce naturale, né il battito delle ali sopra di lui.
“È questo che manca al mondo umano,” pensò, “la cura per chi non ha potere.”
Ma chi ha potere, spesso, non guarda. E chi non guarda, deride.
Così Broiler proseguì tra le urla e le risate.
Sulla cima del Monte Calvario, tra la polvere e l’indifferenza, vide tre croci che si stagliavano contro l’orizzonte. Su due delle croci vide agnello e colombaccio e immaginò quale sarebbe stata la sua fine questa volta. La stessa fine che 73 miliardi di polli da carne fanno ogni anno nel mondo. 73 miliardi l’anno in queste condizioni.
“Anche loro sono come me. Come tantissimi altri.”
E sentì il legno della croce spingere sulle sue scapole, mentre l’aria diventava più sottile.
Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Sulle tre croci erano già stati issati Agnello, Colombaccio e Pollo e la loro ora era vicina.
XII STAZIONE DELLA VIA CRUCIS: GESÙ MUORE IN CROCE
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L’aria si era fatta buia, eppure non era notte.
Il cielo si era ritirato come un sipario strappato.
Le nubi premevano contro le croci, e il vento fischiava come un pianto.
Su una di quelle croci, stava inchiodato Agnello.
Le zampe legate. Il ventre contratto. Il respiro spezzato.
Alzò gli occhi al cielo e gridò, con voce sottile ma eterna:
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
Accanto a lui, su altre croci, Broiler e Columba erano già spirati.
Tre corpi diversi. Tre anime uguali. Tre vittime dell’indifferenza e della violenza.
“Io volevo solo stare con mia madre…” balbettò Agnello.
“L’ho vista una volta. Ho sentito il suo latte, la sua pelle, la sua voce. Poi… più nulla. Hanno detto che era tempo. Che era tradizione. Che era Pasqua.”
“Ma io non sono la vostra Pasqua,” sussurrò. “Non sono la vostra redenzione. Non sono la vostra cena.”
Le sue parole si spezzavano come ossa.
La folla sotto di lui rideva.
“Beeeeee!”, gli facevano il verso.
“Non soffre, è solo un animale.”
“Non ha anima, non ha nome.”
Ma Agnello aveva un nome.
E lo conosceva bene.
E se lo chiamavi, rispondeva.
Conosceva il suono della voce della madre, distingueva almeno cinquanta volti.
Aveva sogni. Desideri. Paura.
“Io sono l’Agnello di Dio, dite. Ma mi avete frainteso.
Io non sono qui per essere mangiato.
Sono qui per ricordarvi cosa vuol dire innocenza.”
E ricordava.
Ricordava i recinti grigi.
Il viaggio nel camion, stretto tra centinaia di altri cuccioli.
Il suolo che tremava. Il tanfo di urina.
Il sangue che colava da chi era già stato scelto.
“Sono nato per morire. Così dicono.
Ma chi vi ha detto che questa è vita?
La mia morte non è un dono. È un furto.”
“Mi uccidete mentre ancora cerco la mamma.
Mi legate quando ancora non ho imparato a correre.
Mi squartate mentre la mia anima chiede solo di giocare sull’erba.”
Il vento lo accarezzava per l’ultima volta.
Le sue pupille si allargavano.
Il respiro si fece leggero. Poi cessò.
E subito…
Il velo del tempio si squarciò in due.
La terra tremò.
Le rocce si spezzarono.
Il cielo si aprì come un occhio finalmente dischiuso.
Il centurione, che da ore lo fissava, disse con voce rotta:
“Davvero costui era Figlio di Dio.”
——————–
A noi non serve un altro Cristo.
Non serve un altro Agnello.
Non servono più croci, ganci, gabbie, mattatoi.
Servono occhi che vedano davvero.
Mani che accarezzino, non uccidano.
Bocche che parlino, non divorino.
La croce oggi non è più di legno: è fatta di metallo, di recinzione, di taglio netto, di disconnessione.
È il simbolo di ogni gesto umano che decide che una vita vale meno solo perché non sa parlare la nostra stessa lingua.
Eppure, questi animali parlano.
Parlano con la loro voce, con gli occhi, con il silenzio, con la loro ribellione quotidiana che continuiamo a non ascoltare né vedere.
Ogni anno nel mondo vengono uccisi oltre 500 milioni di agnelli.
375.000 solo a Pasqua in Italia.
Portati via alla madre dopo poche settimane.
Chiusi. Ingrassati. Sgozzati.
In nome della tradizione.
Ma le tradizioni, come le civiltà, possono e devono cambiare.
Non c’è nulla di sacro nel sangue.
La vera sacralità è nella vita che non togli.
Possiamo continuare a chiamare Gesù “Agnello di Dio” in senso simbolico.
Ma non serve uccidere un agnello vero per celebrare la vita.
Oggi, possiamo scegliere.
Possiamo scegliere la vita. Possiamo scegliere la compassione.
Possiamo scegliere un pasto che non comporta morte.
E allora, cominciamo dal piatto.
Una colomba senza uova, burro e latte.
Un vagnello senza sangue.
Un Cristo che non venga più appeso.
Perché forse è davvero giunto il tempo di una nuova resurrezione.
Non di uno solo. Ma di tutti.
Umani. Non umani. Viventi.
Che la rivoluzione vegan sia con noi. Vi auguriamo una buona Pasqua di pace per qualsiasi essere vivente.
Amen.
CONCLUSIONI
Un tributo 100% vegan a questi animali. Per portare in tavola qualcosa e non qualcuno.
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L’intero ricavato sarà utilizzato per coprire le ingenti spese legate al mantenimento dei nostri due rifugi e degli animali che li abitano.
Grazie per avermi letto fin qui! Se vuoi puoi condividere l’articolo con le persone che sono interessante a questo argomento!
Ti aspettiamo in aula virtuale!
Tiziana Caretti
Bellissimo racconto, condiviso su Facebook, grazie.
Grazie mille Giusy <3