LA VIA CRUCIS DEGLI ANIMALI 2026
In 3 parti (scorri verso il basso per leggerle o ascoltarle tutte)
I STAZIONE: GESÙ È CONDANNATO A MORTE. LA STORIA DI MAJID IL CAMMELLO.
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«Pilato lo diede nelle loro mani perché fosse crocifisso; presero dunque Gesù e lo condussero via.» (Gv 19, 16)
C’era una volta, nell’orto del Getsemani, un vecchio cammello di nome Majid.
Aveva le ginocchia piegate sotto il peso di tutto quello che aveva visto nella sua vita.
Si era fermato lì, tra gli ulivi, perché le zampe non volevano più andare avanti. Si era fermato perché aveva bisogno di capire. E nell’orto del Getsemani, si sa, ci si ferma quando il peso diventa troppo grande anche per chi è fatto per portarlo.
Majid scrollò il collo e guardò l’orizzonte. Il sole non voleva sorgere su quella terra. Anche quel mattino, come tanti altri, il cielo a est era color di fumo. Non era il fumo dei fuochi da campo, e nemmeno quello dei pastori. Era il fumo dei pozzi. Il petrolio bruciava da qualche parte, come bruciava da sempre, da quando Majid aveva memoria, e lasciava nell’aria quell’odore terribile che non se ne andava mai.
Lungo la strada sterrata che costeggiava l’orto, Majid aveva visto passare qualcosa che gli aveva stretto il petto. Non erano i giovani soldati mandati a morire e nemmeno i camion carichi di armi. Era una famiglia: una madre, un uomo curvo, e tre bambini, che camminavano senza sapere dove stavano andando. Il bambino più piccolo, quello che non arrivava al ginocchio della madre, portava una borsa di plastica come se dentro ci fosse qualcosa di prezioso. Forse lo era, ma Majid non lo sapeva. Sapeva solo che quel bambino aveva l’aria di chi non conosce la pace e conosce solo il movimento. Un continuo spostarsi, ancora e ancora, lontano da qualcosa che esplode.
Majid li aveva guardati finché non erano spariti dietro la curva. Poi aveva abbassato la testa.
Anche loro, pensò. Anche loro non hanno scelto niente.
Anche Gesù, in quella stessa città, non aveva scelto la condanna. Eppure, Pilato si era lavato le mani e lo avevano condotto via. Presero dunque Gesù e lo condussero via. Majid aveva sempre trovato quelle parole le più fredde di tutte le Scritture. Non c’era odio in quella frase. Non c’era nemmeno crudeltà consapevole. C’era solo la banalità di chi esegue, di chi non vuole sapere, di chi si gira dall’altra parte. La stessa banalità con cui quella famiglia era stata condotta via dalla propria casa, dalla propria città, dalla propria vita — da una guerra decisa altrove, da uomini che non avrebbero mai vissuto sotto le bombe.
Majid iniziò a parlare.
«Io sono nato in questo deserto prima che qualcuno lo chiamasse con un nome di nazione. Prima che ne disegnassero i confini e che ci piantassero bandiere; prima che scoprissero quello che c’è sotto, quello per cui adesso si ammazzano.»
Majid conosceva meglio di chiunque altro il segreto di quella terra: il petrolio era lì da millenni, sotto la sabbia sulla quale i cammelli come lui camminavano da generazioni. Le sue zampe larghe non affondavano su quella sabbia che era il suo sostegno e il suo mondo. Una sabbia che nascondeva qualcosa che gli esseri umani avevano cominciato a volere con una ferocia che Majid non aveva mai visto in nessun predatore del deserto.
«Il leone uccide perché ha fame», disse Majid. «Il falco uccide perché deve. Ma gli esseri umani uccidono per una cosa che non si mangia e non si beve. Uccidono per poterla vendere. Per poter comprare altre armi. Per poter fare altre guerre. È un cerchio che gira da quando ero piccolo, da quando erano piccoli anche i miei bisnonni, e gira ancora, e girerà dopo di me. Forse.»
Un tempo Majid era libero. Camminava nel Rub’ al-Khali con il suo branco, conosceva ogni oasi, ogni sorgente nascosta, ogni sentiero che il vento disegnava e cancellava tra le dune. Sapeva dove trovare l’acqua anche quando non pioveva da mesi. Sapeva aspettare.
Poi erano arrivate le strade, poi le recinzioni e poi i pozzi. Ma non quelli dell’acqua, bensì quelli del petrolio. E il suo mondo era stato ristretto e spezzato, lo avevano fatto diventare un recinto. E lui era stato trasformato in un’attrazione.
«Sapete cosa fanno con me adesso?» chiese Majid, con una voce che era ironica quanto bastava per non spezzarsi. «Mi mettono una sella colorata, mi appendono dei sonagli, mi portano davanti ai turisti che arrivano dagli stessi paesi che finanziano le guerre qui intorno. Scattano una fotografia mentre io sono a terra con le zampe legate. Io sono lo sfondo esotico. Il cammello del deserto. Il simbolo. Poi risalgono sull’aereo, tornano a casa, e postano la foto con l’hashtag avventura. Io invece resto a terra con le zampe legate.»
«E il petrolio che hanno comprato per arrivare fin qui con quell’aereo… quel petrolio è lo stesso per cui bruciano i pozzi a dieci chilometri da questa oasi. Lo stesso per cui quella famiglia che ho visto stamattina cammina senza sapere dove va. Tutto è connesso. Tutto torna. Solo che alcuni guardano dall’alto, e altri camminano nella polvere.»
Majid si girò un momento e guardò di nuovo la strada. La famiglia era sparita e non si vedeva più nemmeno il bambino con la borsa di plastica. Ma Majid sapeva che erano ancora lì, da qualche parte, a camminare all’infinito.
«Noi cammelli abbiamo una capacità che voi umani invidiate e non capite», disse ancora. «Sappiamo aspettare. Sappiamo conservare. Sappiamo portare pesi enormi senza lamentarci. Questo, lo ammetto, è stato il nostro errore più grande. Perché gli esseri umani hanno scambiato la nostra resistenza per consenso.»
«Ora vi dirò una grande verità: non era consenso, era semplice sopravvivenza. E su questa sopravvivenza gli esseri umani hanno costruito il nostro sfruttamento.»
«Pochi sanno davvero chi siamo. Io non sono solo il cammello delle foto turistiche con la sella colorata. Io sono il motore del mondo antico. Sono io che ho reso possibile, mio malgrado, la Via della Seta, migliaia di chilometri di deserto, carovane cariche di seta, spezie, avorio e oro. Senza di me, quegli scambi non sarebbero esistiti. Senza di me, non sarebbe esistito il commercio tra Oriente e Occidente. Eppure, nei libri di storia si parla di mercanti, di imperatori e di rotte. Noi non siamo nemmeno citati in una nota a piè di pagina.
Sono io che ho portato l’esercito di Alessandro Magno attraverso i deserti della Persia. Sono io che ho rifornito le legioni romane ai confini del Sahara. I colonizzatori britannici in India, i francesi in Nord Africa, gli ottomani ovunque… tutti hanno costruito i loro imperi sulle mie ginocchia, letteralmente. Ci caricavano sul dorso cannoni, provviste, uomini feriti e bottini di guerra. Ci frustravano quando rallentavamo. Ci lasciavano morire quando non servivamo più.
Per secoli ci hanno attribuito un carattere bizzoso, testardo e ribelle. Che beffa. Dicevano: “Il cammello non obbedisce volentieri”. Ma forse, non avevamo voglia di obbedire, cosa ne dite? Forse sapevamo benissimo dove stavamo andando e per chi. E non ci piaceva.
Poi sono arrivati i motori. I camion, le jeep e i fuoristrada. E da bestia da soma dell’impero siamo diventati attrazione turistica. La parabola è completa: prima ci sfruttarono per costruire il mondo, poi ci misero una sella colorata per fotografarci davanti a quel mondo che noi stessi costruimmo. Lo stesso petrolio che ha reso i camion possibili (quello che adesso brucia laggiù, vedete il fumo?) è quello che ci ha resi inutili al progresso e utili solo alla cartolina. Comunque, schiavi e non liberi nella nostra terra.»
Tra gli ulivi si udiva solo l’eco di spari lontani, il rombo sordo di qualcosa che esplodeva oltre l’orizzonte, e nell’aria di nuovo l’odore del petrolio e del fumo degli impianti che continuava a salire, lento e nero, a sporcare il cielo che il sole non riusciva più a bucare. La storia è un continuo ripetersi: di quanti cristi avremo bisogno prima di capire che la violenza genera solo violenza, e che stiamo distruggendo tutto, la terra, l’aria, e chi ci viveva prima di noi?
Majid riprese il cammino, lento e dignitoso come solo un vecchio cammello sa essere. E mentre si allontanava dall’orto, vide in lontananza una figura snella e velocissima che arrancava lungo il sentiero sassoso che saliva al Monte Calvario, con qualcosa di enorme e pesante sulle spalle, qualcosa che non aveva scelto di portare. Era Yara. Ma questa è un’altra storia, e te la racconterò domani.
II STAZIONE: GESÙ RICEVE SULLE SPALLE LA CROCE. LA STORIA DI YARA LA GHEPARDA.
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«Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro Gesù.» (Lc 23, 26)
Yara era l’animale più veloce della terra.
Poteva raggiungere i cento chilometri all’ora in tre secondi. Poteva attraversare il deserto del Dasht-e Kavir come un soffio di vento caldo, invisibile tra i sassi dell’altopiano iraniano, le zampe che a malapena toccavano il suolo.
Eppure, quella mattina, non riusciva a correre.
No, non era ferita. Aveva semplicemente smesso di sapere in quale direzione correre. A nord, c’erano i radar militari. A ovest, le strade. A est, le recinzioni dei nuovi insediamenti. A sud, il fumo.
Il fumo era ovunque, adesso. Da quando avevano colpito i depositi di greggio, l’aria aveva cambiato consistenza. Non era più l’aria secca e pulita del deserto che Yara conosceva, quell’aria che entrava nei polmoni come acqua fresca e permetteva lo scatto, la caccia e la vita. Era diventata qualcosa di denso, opaco e estraneo.
Yara si fermò su una roccia piatta e guardò il cielo. Era grigio, ma non erano nuvole.
Come si fa a essere l’animale più veloce del mondo, pensò, quando il mondo non ha più un posto dove correre?
Simone di Cirene non aveva chiesto di portare quella croce. Veniva dalla campagna, stava andando per i fatti suoi, e gliela misero sulle spalle senza chiedergli niente. Anche Yara non aveva chiesto niente. Non aveva chiesto di nascere nell’unico angolo di terra rimasto al mondo dove ancora esisteva la sua specie. Non aveva chiesto che quell’angolo di terra diventasse un campo di battaglia. Non aveva chiesto che l’aria diventasse irrespirabile. Eppure, eccola, con la croce sulle spalle, a trascinare il peso di una guerra che non era la sua e di un’estinzione che non aveva meritato.
Di Yara, e di ghepardi come lei, nel mondo intero ne erano rimasti meno di venti. Forse una dozzina. Nessuno lo sapeva con certezza, perché le fototrappole che i ricercatori avevano piazzato nell’altopiano centrale dell’Iran avevano smesso di funzionare una dopo l’altra e i ricercatori erano stati evacuati. Il progetto di conservazione era stato sospeso. C’erano cose più urgenti, si diceva. «Sempre ci sono cose più urgenti, quando si tratta di noi animali».
«Lasciatemi spiegare una cosa», disse Yara, con voce da felino. «Io non sono mai stata molti. Nemmeno nei secoli d’oro, quando mi chiamavano yuz, il ghepardo, e i nobili persiani mi portavano a caccia con loro sulle braccia come un falco. Ero rara anche allora. Ma ero viva. C’erano abbastanza di noi da non temere l’ultima.»
«Poi sono arrivate le strade e le autostrade che tagliano il deserto da parte a parte. I miei fratelli e le mie sorelle venivano investite di notte, le macchie del loro mantello sparse sull’asfalto come petali di qualcosa che non tornerà. Il 70% delle morti della mia specie negli ultimi vent’anni sono dovute a incidenti stradali. Non per colpa dei cacciatori né delle trappole. Per colpa delle strade che sono state costruite senza chiederci niente, attraverso il cuore di quello che era casa nostra.»
«E adesso le bombe.»
Yara scese dalla roccia e cominciò a camminare, non a correre, solo a camminare, tra i sassi dell’altopiano. Ogni tanto si fermava, annusava l’aria, e quella smorfia sottile sul muso era disappunto.
«Sapete quante volte ho sentito dire: dobbiamo proteggere le risorse naturali di questa regione? Quante conferenze, quanti accordi, quanti piani di conservazione? E poi arriva una guerra, sempre per le stesse risorse. Solo che quelle risorse non sono io, non è la gazzella che caccio, non è l’altopiano che abito. Sono i barili sotto la sabbia. Sempre i barili. E nel fuoco che ne consegue, noi bruciamo insieme a tutto il resto.»
Lungo il sentiero sassoso, Yara sentì un suono diverso dal vento. Si abbassò istintivamente, riflesso di predatore, poi capì che non era una minaccia. Era un pianto sottile ed esausto, di chi piange da troppo tempo per avere ancora la forza di farlo forte.
Dietro un masso, rannicchiati nell’ombra, c’erano due bambini. Non avevano più di sette o otto anni. Uno dormiva. L’altro guardava Yara senza paura, con una stanchezza negli occhi che non dovrebbe stare negli occhi di un bambino.
Yara si fermò. Il bambino si fermò. E si guardarono.
Anche lui portava una croce che non aveva scelto. Come Simone, come Majid, come Yara: presi sulla strada, mentre andavano da qualche parte, e caricati di un peso non loro. La differenza è che a Simone, alla fine, tolsero la croce dalle spalle. A Majid, a Yara e a quel bambino, nessuno l’aveva ancora tolta.
«Siamo la stessa cosa, piccolo», disse Yara sottovoce. Il bambino non la capì, naturalmente. Ma non scappò. E nemmeno Yara scappò.
Stettero così, per qualche minuto, nella luce di un sole che non riusciva a bucare il grigio dell’aria.
Poi Yara alzò la testa e guardò lontano, verso ovest, verso un monte che lei non aveva mai visto ma che in qualche modo conosceva. Si alzò. Si sgranchì, con quella grazia impossibile che è solo dei ghepardi, e si incamminò.
Il bambino la guardò andare. Poi scosse il compagno per svegliarlo e indicò la direzione in cui Yara era sparita. Come per dire: di là. Proviamo di là.
Mentre i tre arrancavano con le loro croci sulla cima del monte Calvario, Yara vide da lontano tre croci issate. Su due di esse erano già stati crocifissi il cammello Majid e qualcun altro che non riusciva ancora a riconoscere. E capì, con la certezza tranquilla di chi ha già visto troppo, che una era anche la sua croce.
Avrebbe fatto la stessa fine. E la stessa domanda sarebbe rimasta senza risposta.
Ma questa è un’altra storia. E te la racconterò domani.
XII STAZIONE: GESÙ MUORE IN CROCE. LA STORIA DI AGNELLO E OMAR.
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«A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”, che significa “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”» (Mt 27, 45-46)
«Quando Gesù ebbe preso l’aceto, disse: “Tutto è compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo spirito.» (Gv 19, 30)
Era mezzogiorno quando si fece buio su tutta la terra.
Era il buio del fumo, quello che sale dai pozzi incendiati e non lascia passare il sole, non il buio della notte puntinata di stelle. Era il buio che conoscono bene le città dove si combatte, dove i bambini imparano a riconoscere il tipo di esplosione dal suono e sanno già, a cinque anni, a sei, a sette, dove buttarsi, dove aspettare, quando è finita.
Sul monte Calvario, tre croci si stagliavano contro quel cielo grigio.
Su due erano stati issati Majid e Yara: Majid il cammello antico che aveva attraversato deserti prima che esistessero le frontiere e Yara la gheparda che era l’animale più veloce della terra e non aveva trovato via di scampo.
Sulla terza croce c’erano due figure.
Una era Agnello. Piccolo, bianco, con quelle zampe che ancora non avevano imparato a correre bene. Era stato strappato a sua madre quando aveva appena un mese di vita, come succede a 375.000 agnelli ogni Pasqua solo in Italia e a oltre 500 milioni ogni anno nel mondo. Non sapeva ancora quasi niente del mondo, Agnello. Non aveva nemmeno conosciuto il calore della madre, o il profumo dell’erba, aveva a mala pena sentito qualche suono dei suoi compagni rinchiusi in un allevamento. Poi era arrivato il camion, con il suo buio e il freddo, e adesso quella croce che era troppo grande per lui.
L’altra figura era un bambino.
Si chiamava Omar. Aveva nove anni e veniva da una città di cui non restavano che macerie e un nome sui giornali che la gente leggeva scorrendo veloce con il pollice. Non aveva scelto di nascere lì. Non sapeva niente di Hormuz, di barili, di alleanze militari, di sanzioni e di interessi strategici. Sapeva giocare a calcio, sapeva il nome delle stelle che si vedevano dalla finestra della sua camera, quella finestra che non c’era più, e sapeva che sua madre aveva le mani calde e che preparava il pane più buono del mondo.
Omar era uno dei 520 milioni di bambini che nel 2024 vivevano in zone di conflitto attivo — più di uno su cinque tra tutti i bambini del mondo, il numero più alto dalla Seconda Guerra Mondiale. Dal 2005, sono state documentate oltre 400.000 violazioni contro minori in 33 paesi, con quasi 160.000 bambini uccisi o mutilati. Una media, calcolata a freddo dagli uffici delle Nazioni Unite, di quasi venti bambini al giorno. Venti bambini al giorno che sapevano giocare a calcio, che conoscevano il nome delle stelle, che ricordavano il profumo del pane di casa.
Omar e Agnello erano stati issati insieme sulla stessa croce e si erano trovati abbracciati senza sapere perché. Come succede, a volte, tra chi condivide la stessa condanna senza averla scelta.
Si guardarono, riconoscendosi l’uno nell’altro, come due metà dello stesso problema di una guerra eterna. Innocenti entrambi, sacrificati e sacrificabili entrambi, inutili per chi decide ed enormemente preziosi per chi li ama. Cercano la madre entrambi. E nessuno dei due capisce perché la madre non arriva.
Dalla folla sotto le croci saliva un rumore sordo, non urla né insulti. Era di gran lunga peggio: era indifferenza. Il rumore di chi scorre le notizie con il pollice, di chi cambia canale, di chi dice cosa ci posso fare io, di chi sa e non vuole sapere perché sapere fa male e fa male non riuscire a fermare niente.

Verso le tre del pomeriggio, Agnello e Omar alzarono la testa insieme.
«Dio mio, Dio mio, perché ci hai abbandonati?»
Non si capiva bene se la voce fosse di Agnello o di Omar: erano così vicini, così intrecciati, che le loro voci erano diventate una sola. Come quella di Gesù sul Golgota, come quella di chiunque sia mai stato messo in croce per il volere di pochi e l’indifferenza di molti.
Nessuno rispose.
Ma questo abbandono non viene dall’alto. Non esiste nessun Dio che possa salvarci o redimerci. È un abbandono che viene da noi. Viene dal fatto che sappiamo, lo sappiamo benissimo, e continuiamo lo stesso.
Sappiamo che ogni guerra in questa parte del mondo ha radici che profumano di petrolio. Che i pozzi incendiati avvelenano l’aria che respira anche l’ultimo ghepardo asiatico rimasto. Che colpendo i bambini formiamo adulti che conoscono solo la guerra come forma di vita e diventeranno, a loro volta, il problema di qualcun altro tra vent’anni, perché chi nasce nella guerra non ha mai avuto la possibilità di immaginare altro. Che il cammello sfila davanti ai turisti degli stessi paesi che comprano il greggio che finanzia i missili. Che tutto è connesso, tutto torna, tutto ha un prezzo, e quel prezzo lo pagano sempre gli stessi.
Lo sappiamo. Eppure…
Quando Gesù disse tutto è compiuto e chinò il capo, era la resa di un innocente davanti alla violenza organizzata del potere. Agnello e Omar, insieme a Majid e Yara, chinarono il capo insieme, abbracciati, e spirarono. Quattro innocenti e una sola condanna uguale per tutti loro.
Il velo del tempio si squarciò in due. La terra tremò. Le rocce si spezzarono.
E sotto quelle croci, chi aveva gli occhi per vedere disse finalmente, con voce rotta: Davvero erano tutti figli di Dio.
A noi non serve un altro Agnello.
Non serve un altro Omar.
Non servono altre croci, di legno, di metallo, di recinzione, di confine disegnato su una mappa da chi non ci vive.
La guerra non la fanno gli agnelli. Non la fanno i bambini. Non la fanno i cammelli e i ghepardi. La fanno in pochi, per interessi di pochi, ma nessuno di noi è completamente fuori dalla storia. Come cantava De André: ci salverà il soldato che non la vorrà, ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà. Ma il soldato siamo anche noi, ogni giorno. La nostra resistenza comincia dalle scelte che sembrano piccole e non lo sono.
E allora, come sempre, come ogni anno, cominciamo da quello che possiamo fare. Cominciamo dal piatto.
Una colomba senza uova, burro e latte. Un agnello che non venga ucciso. Un bambino a cui venga lasciato il tempo di imparare il nome delle stelle.
«Ecco l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo.» (Gv 1, 29) ha solo un significato: ovvero che l’Agnello (reale o simbolico) deve vivere. Punto. È davvero giunto il momento di smettere di togliere la vita e cominciare a custodirla. Tutta. Senza eccezioni di specie, di confine, di bandiera.
Che la rivoluzione vegan sia con noi. Buona Pasqua a tutti gli esseri viventi. Amen.
CONCLUSIONI
Un tributo 100% vegan ai tantissimi animali che subiscono sofferenza e uccisione ogni giorno. Affinché si possa portare in tavola qualcosa e non qualcuno.
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L’intero ricavato sarà utilizzato per coprire le ingenti spese legate al mantenimento dei nostri due rifugi e degli animali che li abitano.
Grazie per avermi letto fin qui! Se vuoi puoi condividere l’articolo con le persone che sono interessante a questo argomento!
Ti aspettiamo in aula virtuale!
Tiziana Caretti
Grazie